Manifesto Politico

21 dichiarazioni per un Movimento Nazionale

I – Per la nostra identità

L’Italia, la nostra Patria, possiede una precisa identità spirituale. Su questa identità spirituale, e sulla condivisione di certi valori civili, di un territorio e di una lingua comune, deve essere fondata la nostra Identità nazionale.

Questa identità spirituale è indissolubilmente legata alla nostra tradizione Cristiana,Cattolica e Greco-Romana, il cui alto e intrinseco valore, si è indiscutibilmente affermato in Italia nel corso di duemila anni di storia.

Noi vogliamo perciò, anche prima o in assenza di accordi diplomatici specifici con la Santa Sede, che l’Italia si riconosca orgogliosamente nella propria tradizione cristiana.

Tale identità è altrettanto indissolubilmente legata all’idea immanente dell’unità culturale e territoriale dell’Italia, invocata da grandi italiani fin dai tempi antichi ed illuminata dal genio nazionale, manifestatosi in tutti i campi e diventato per molti secoli faro culturale del mondo occidentale.

Auspichiamo dunque che nella Costituzione lo Stato affermi di riconoscersi nei principi e nella tradizione – religiosa e sociale – cattolica, tramite una riforma costituzionale radicale, positivamente ispirata dai recenti esempi di rinascita dati dalla nuova costituzione adottata dall’Ungheria e dalla Russia, Stati che hanno riportato il Cristianesimo e la fede in Dio al centro della vita nazionale. La Costituzione del 1948 ha fatto il suo tempo ed è il momento che anche l’Italia si doti di un nuovo testo costituzionale, in linea con la rinascita delle tradizioni, delle identità e delle sovranità a cui assistiamo in Europa e nel mondo.

Vogliamo perciò che tra i principi fondamentali sia espressamente previsto un riferimento analogo a quella della Costituzione russa, che riconosce “la Fede in Dio, trasmessa dai nostri avi al popolo russo” e a quello della costituzione ungherese, in cui si dichiara che “noi siamo orgogliosi del fatto che mille anni fa il nostro re, Santo Stefano, ha fondato lo stato ungherese su solide fondamenta, e reso il nostro paese parte dell’Europa cristiana. (…) Riconosciamo il ruolo che il Cristianesimo ha svolto nella conservazione della nostra nazione”.

Auspichiamo anche che nella stessa legge fondamentale si preveda in tutti i gradi dell’insegnamento scolastico lo studio approfondito della nostra storia, delle nostre tradizioni e dei contributi italiani alla civiltà, dando così significato a una idea condivisa di nazione da trasmettere alle generazioni.

II – Per il diritto di amare e proteggere se stessi

Di fronte alla guerra che l’ideologia globalista, attraverso le armi del pensiero unico, del politicamente corretto e del laicismo aggressivo e totalizzante ha dichiarato contro la nostra identità nazionale, noi rivendichiamo il diritto a difenderla, non soltanto in virtù del principio costituzionale della libertà d’espressione.

Difendiamo e promuoviamo infatti il diritto-dovere di rivendicare la nostra appartenenza ad una tradizione italiana ed europea cristiana e sociale, e alla difesa di un ordine morale fondato sul concetto perenne di Legge Naturale.

Ribadiamo perciò i nostri No a tutte le leggi di stampo orwelliano volte a uniformare le coscienze, prime fra tutte la Legge Scelba e il decreto Mancino, e alle loro interpretazioni in chiave repressiva, degne di uno stato di polizia e dirette a colpire chiunque osi dichiarare con le parole e mostrare coi fatti il proprio amore per la nostra terra o affermi la propria preoccupazione e la propria opposizione, entrambe pienamente legittime, nei riguardi dei processi, oggi in corso, di graduale sostituzione etnica e islamizzazione della nostra società.

È necessario opporsi a ogni tentativo di introdurre una legge contro la c.d. “omofobia”, che finirebbe per vietare di affermare l’ovvio, ossia che la famiglia è una

sola, quella composta da un uomo e da una donna o anche solo di criticare comportamenti che si reputano in contrasto coi propri principi, morali o religiosi.

Data l’innegabile identità cristiana della tradizione culturale italiana, riteniamo egualmente pericolosi per l’identità nazionale tanto il laicismo aggressivo delle forze progressiste quanto la diffusione dell’Islam che va radicandosi in Italia ed in Europa grazie alle scellerate politiche immigrazioniste.

È dovere di tutti i cittadini italiani opporsi allo stucchevole ritornello, autodistruttivo e masochistico, recitato dalla propaganda progressista ai movimenti Black Lives Matter e Antifa con cui si accusa la cultura occidentale, europea e cristiana di essere sostanzialmente ingiusta e, dunque, storicamente responsabile delle peggiori oppressioni ai danni dei popoli. Questa martellante narrazione non fa che minare un sano sentimento di amor proprio – che qualunque società dovrebbe coltivare – e provocare conflittualità tra etnie, andando a fomentare una lotta anti-razzista che nella nostra Italia non ha alcuna ragion d’essere.

Allo stesso modo, è necessario porre vigorosamente sotto controllo il fenomeno del radicalismo islamico e arginarne la penetrazione nella nostra società. È indispensabile introdurre un sistema di stretta vigilanza sui flussi di finanziamento alle comunità islamiche attualmente presenti in Italia e la proibizione di qualsiasi finanziamento proveniente dai paesi del Golfo (Arabia Saudita, EAU, Qatar e Bahrein), e in generale da tutti i paesi islamici che non riconoscono,in base al principio della reciprocità, una tolleranza religiosa per i cristiani alle stesse condizioni riconosciute ai musulmani in Italia. In questa medesima prospettiva, chiediamo una moratoria sulla costruzione di nuove moschee sul nostro territorio.

Pretendiamo che nella scuola si dia un insegnamento che valorizzi gli aspetti sani e formativi della nostra tradizione culturale. Per rafforzare il sentimento di coesione nazionale chiediamo inoltre che vengano reintrodotti come giorni festivi il 4 Novembre, giorno della vittoria nel primo conflitto mondiale, e il 21 Aprile, giorno della fondazione di Roma e della civiltà occidentale.

III – Per la la Famiglia al centro della società

La nostra società si fonda sulla cellula fondamentale e primaria del vivere in comunità, ossia la Famiglia: istituzione di ordine naturale fondata sull’unione stabile di un uomo e di una donna, volta alla generazione ed alla cura dei figli. Dover ribadire in un manifesto politico questa ovvia verità è già di per sé un fatto grottesco, ma è tuttavia necessario, visti i numerosi attacchi alla famiglia
e la continua proposizione di modelli di convivenza “alternativi”.

Noi vogliamo mettere in atto una forte azione civile per restituire alla Famiglia il proprio ruolo unico e fondamentale di cardine del vivere sociale. D’altra parte, solo nel contesto famigliare – conforme alla natura delle cose – possono essere concepiti ed allevati in maniera adeguata i nostri figli, oggi ridotti a beni di consumo grazie a pratiche degradanti come l’utero in affitto; pratiche che aprono le porte ad un mondo in cui i bambini sono commissionati e compravenduti, divenendo persino oggetto delle attenzioni di una pedofilia che alcuni – sulla scia dell’onda filo-omosessualista e filo-genderista – vorrebbero sdoganare presentandola come un normale orientamento delle preferenze
sessuali.

È per noi principio irrinunciabile che il dettato costituzionale garantisca il riconoscimento dell’istituto familiare quale nucleo composto da un uomo e una donna, a cui sia riservato il diritto di adozione, con una riforma che acceleri i tempi necessari per l’affidamento del bambino ai genitori richiedenti.

Riteniamo inoltre del tutto privo di senso e di ragione giuridica l’aver previsto, come nella vigente c.d. Legge Cirinnà, una normativa speciale per le coppie omosessuali, laddove ogni tipo di convivenza, qualunque sia il motivo che la determini, deve essere paritariamente sottoposta agli ordinari principi dell’autonomia contrattuale, non essendo la motivazione del legame omosessuale più meritevole di tutela giuridica di qualsiasi altra ragione di coabitazione.

È necessario inoltre imporre il divieto di qualunque diffusione delle teorie gender o di propaganda omosessualista nelle scuole pubbliche e private, e che sia mantenuta l’attuale normativa che vieta ogni forma di maternità surrogata e di traffico di gameti ed embrioni, disponendo gli opportuni controlli affinché il principio non sia eluso approfittando della legalità della pratica vigente in altri Paesi.

È il momento, infine, che sia iscritta nel dettato Costituzionale anche la tutela dell’infanzia, per impedire il diffondersi – cosa che già sta avvenendo in altri paesi occidentali – della propaganda volta a promuovere forme sempre più avanzate e subdole di accettazione della pedofilia.

IV – Per la difesa della vita

Quasi 40 anni di applicazione delle pratiche abortive hanno contribuito a portare l’Italia a sprofondare in un vero e proprio inverno demografico. Sei milioni di vite sono mancate al nostro Paese, che si trova così a dover fare i conti con uno dei tassi di natalità più bassi del mondo, con conseguenti problemi di pressione sul sistema socio-economico e la richiesta compensativa di una crescente immigrazione, contribuendo così a dar luogo ad un vero e proprio meccanismo di sostituzione etnica della popolazione italiana.

Nessuna società civile può dirsi tale se ammette la liceità dell’uccisione indiscriminata dell’essere umano innocente. Consideriamo categorico che vada al più presto abrogata la Legge 194 che autorizza la pratica abortiva in Italia. Nessun “diritto all’autodeterminazione” può essere opposto contro la vita innocente e indifesa di un bambino, nessun errore, nessuna carenza morale o materiale può superare il diritto del concepito di venire alla luce.

Siamo peraltro coscienti che l’attuale grado di generale consapevolezza circa l’atrocità intrinseca di quella pratica e le sue conseguenze sul piano sociale e sulla salute della stessa donna sia notevolmente scarso, rendendo ancora più difficile, al momento attuale, una prospettiva concreta di ribaltamento della normativa in vigore.

A tal fine si renderà necessaria una controffensiva culturale, che parta fin dai 10 primi anni di scuola, con veri e propri corsi di educazione alla vita, così da far
apprendere ai bambini le sue realtà più elementari e più vere.

Naturalmente, lo Stato deve fornire alle famiglie in difficoltà e, in particolare, alle donne sole la massima assistenza economica, sociale e sanitaria possibile per condurre a termine la gravidanza. Chiediamo il rafforzamento di tutti i servizi legati all’infanzia e una robusta revisione del sistema fiscale, con introduzione di un forte quoziente familiare.

Rivedere tutto il meccanismo di deduzioni-detrazioni in funzione solo e unicamente del numero di figli, in modo da ridurre il carico fiscale delle famiglie numerose, è una misura di evidente equità e utilità pubblica.

V – Per il rispetto della natura umana

Riteniamo profondamente disumanizzante l’attuale deriva per la quale si possa ridurre la persona umana a mero ‘materiale umano’, processo che parifica il concepimento della vita umana a quello di produzione di una qualunque merce di consumo e la fine della vita umana assimilabile al processo di smaltimento degli scarti della produzione stessa.

In Italia deve essere confermato e rafforzato il divieto di tutte le pratiche di fecondazione eterologa, e specificamente tutte le pratiche di fecondazione assistita che permettano di selezionare o addirittura manipolare i caratteri genetici del nascituro. Deve essere inoltre rafforzata la proibizione di tutte le pratiche di sperimentazione su embrioni umani e qualunque tecnica di manipolazione genetica dell’embrione.

L’attuale propensione a considerare la vita umana come mero “prodotto” mette oggi in pericolo anche anziani e malati. L’attuale deriva materialistica della civiltà occidentale porta a considerare come “dignitosa” solamente la vita che può essere produttiva, mentre il resto è considerabile come scarto, un macchinario a cui “staccare la spina”.

È necessario che oggi in Italia sia ribadito il divieto di tutte le pratiche eutanasiche e di suicidio assistito. Per evitare la confusione tra eutanasia e accanimento terapeutico va specificato che:
• l’interruzione della mera alimentazione, idratazione, respirazione non è considerabile come interruzione di una terapia, quanto come interruzione diretta delle funzioni vitali fondamentali e perciò pratica assimilabile all’eutanasia; • che la somministrazione diretta di qualunque sostanza letale è sempre considerabile come pratica eutanasica;
• che l’interruzione dell’alimentazione, idratazione, respirazione non deve mai potersi applicare contro la volontà del paziente o, nel caso in cui il paziente sia minorenne o incosciente, contro la volontà di chi ne è il tutore legale.

VI – Per una sanità indipendente da big pharma

Troppo spesso negli ultimi anni la sanità è stata terreno di caccia per la speculazione economica, imposta a spese della salute pubblica. Le tante inchieste sulla sanità privata, in particolar modo condotte nel Nord Italia, hanno sempre riguardato i pesci piccoli e le irregolarità contraddistinte dal pagamento di tangenti di dimensioni risibili.

La vera questione, però, è un’altra, ossia il predominio oligarchico esercitato dalle grandi aziende private dell’industria farmaceutica – la cosiddetta Big Pharma – le quali, dopo aver tratto profitto dalla produzione e distribuzione di farmaci e vaccini, hanno infine lasciato la nostra società totalmente sguarnita e impreparata di fronte alla crisi della sanità pubblica, innescata dal Covid-19. Le aziende private, in quanto tali, hanno pochissimo interesse a investire nella prevenzione e pochi incentivi a investire per prepararsi a far fronte a una crisi sanitaria pubblica. D’altronde, la prevenzione non contribuisce a valorizzare il corso delle azioni, né alla distribuzione di dividendi agli azionisti; al contrario, quando si verifica una crisi sanitaria pubblica, più malati ci sono e maggiori saranno i loro profitti.

Per questo motivo, noi vogliamo che lo Stato metta in atto una efficace opera di contrasto all’eccessivo potere delle società farmaceutiche nell’ambito della produzione e della diffusione dei farmaci e, in particolar modo, di un bene sensibile come quello dei vaccini.

Chiediamo che tutti i vaccini obbligatori siano di produzione pubblica, garantita e controllata dallo Stato, eventualmente con l’ausilio di esperti indipendenti dalle grandi lobby internazionali che, di fatto, controllano l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

In particolare, proponiamo di valutare l’opportunità di coinvolgere lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare per la produzione pubblica di vaccini e di altro materiale farmaceutico. Chiediamo, inoltre, l’assoluta interdizione alla produzione – o all’importazione dall’estero – di qualunque vaccino o altro farmaco sviluppato tramite l’impiego e la distruzione di materiale fetale.

VII – Per un’Italia libera dalle lobby internazionali

Nell’attuale contesto di spogliazione delle sovranità nazionali, è auspicabile una politica di deciso contrasto all’azione di quei potentati e di quelle lobby internazionali che esercitano un’influenza globale diretta a distruggere l’identità di tutte le nazioni.

La pessima gestione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità della crisi del Covid-19 ha reso a tutti evidente, al di là del suo status di organizzazione nominalmente neutrale, la sua subordinazione agli interessi congiunti della Cina e della Fondazione Gates. L’OMS ha coperto per mesi le responsabilità della dittatura cinese nella diffusione del Covid-19 e tuttora mantiene un’opacità intollerabile sull’origine naturale o di laboratorio di questo virus, comparso improvvisamente dal nulla a sconvolgere la vita dei popoli.

L’OMS è solo uno dei tanti esempi di organizzazioni internazionali che minano le sovranità e le identità dei popoli e delle nazioni e che cercano di imporre il disegno globalista. Il FMI in campo economico, il WTO in ambito commerciale, la FAO in ambito alimentare, così come le varie agenzie ONU,sono in tal senso convergenti verso l’instaurazione di una soft-dittatura mondiale volta a cancellare ogni confine naturale e culturale.

Noi auspichiamo allora che:
• l’Italia riveda le sue modalità di partecipazione all’OMS e a tutti gli organi16 smi internazionali di carattere benefico, richiedendo nelle sedi opportune garanzie di trasparenza e imparzialità;
• sia costituita una Commissione parlamentare anti-lobbies volta a porre sotto osservazione quelle associazioni e organizzazioni, interne o internazionali strutturate come gruppi di pressione / lobbies – si pensi, a titolo d’esempio, alle periodiche riunioni del Bildeberg Group o della Trilateral Commission e alla partecipazione di personalità del mondo politico, imprenditoriale ed informativo italiano – al fine di verificarne intenti ed operato e i possibili contrasti con gli interessi nazionali;
• Sia ampliata e data concreta efficacia alla legge n.17 del 1982 sullo scioglimento delle società segrete o dalle finalità dissimulate e sulla repressione di attività, in quanto dirette ad interferire occultamente sulle decisioni di organi costituzionali e pubblici, di enti pubblici anche economici o di servizi d’interesse nazionale; nella stessa normativa dovranno essere previsti i casi d’incompatibilità con l’assunzione di cariche pubbliche anche elettive di coloro che siano ritenuti partecipi a tali organizzazioni, anche recependo gli accertamenti provenienti dalla Commissione;
• Sia varata una riforma, ispirata al principio della trasparenza dell’attività politica ed amministrativa, volta a introdurre l’obbligo a carico di qualsiasi eletto e/o dipendente, funzionario, consulente esterno, della pubblica amministrazione e degli organi politici, nazionali e territoriali, di indicare l’eventuale iscrizione a qualsiasi organizzazione, comitato, gruppo o associazione, aperta o segreta, italiana o straniera, che svolga attività di tipo economico, politico, culturale, sociale, o benefico nel territorio italiano e le cariche e le partecipazioni societarie e imprenditoriali di cui sia titolare il medesimo e i suoi parenti ed affini fino al sesto grado, con previsione di decadenza dalla carica e di sanzioni amministrative e penali a carico del trasgressore.

VIII – Per un’Europa delle patrie

Noi riteniamo che vada riformulato radicalmente l’attuale processo di integrazione europea, fondato sull’obiettivo ultimo di un’unione politica che comporterebbe la sostituzione delle sovranità degli Stati nazionali con la sovranità di un unico grande Superstato federale europeo.

Tuttavia, riconosciamo l’esistenza di una radice comune alla base delle identità fondanti delle nazioni che compongono l’Europa e comprendiamo la necessità di una cooperazione intraeuropea di stampo confederativo.

Per questo motivo, riteniamo che l’Italia debba liberarsi progressivamente dal giogo di tutte le istituzioni europee che implicitamente svolgono una funzione federale, prime tra tutti la Banca Centrale Europea (e il relativo Eurosistema), il Parlamento Europeo e la Commissione Europea.

Parallelamente, l’Italia dovrebbe farsi promotrice di un modello alternativo a quello federale, promuovendo la realizzazione di un sistema di integrazione confederale, che potrebbe in una certa misura salvaguardare il ruolo che attualmente ricopre il Consiglio Europeo. Un modello in cui gli organismi comunitari possano dare istruzioni di indirizzo alle varie politiche nazionali, senza tuttavia rappresentare una legislazione vincolante (come ad esempio quella dei regolamenti europei), se non in casi limitati e per materie prestabilite.

Gli ambiti di interesse dell’Unione Europea dovrebbero essere:
• una cooperazione militare aperta alla Russia e concepita più come un sistema di alleanze tra diverse forze armate nazionali che come lo sviluppo di un’unica compagine militare europea;
• la promozione di un mercato unico di beni e servizi concepito come un sistema di libero scambio interno e di protezione tramite l’applicazione di dazi all’esterno;
• la promozione di progetti industriali comuni di interesse strategico, secondo la libera facoltà di adesione degli Stati Membri;
• la promozione di una politica agricola comune volta a tutelare gli alti standard qualitativi dell’agricoltura europea;
• la promozione, fatta salva la libertà di azione dei singoli Stati Membri, di progetti internazionali comuni, come il grande piano di investimenti necessario per la ricostruzione del continente africano.

IX – Per un’Europa da Lisbona a Vladivostok

Per lo sviluppo di una diversa politica estera italiana ed europea, crediamo sia necessario che l’ordine internazionale percorra definitivamente la strada di un mondo multipolare, uscendo dall’unipolarismo USA contrapposto, di volta in volta, a un grande nemico (un tempo l’URSS, oggi la Cina), con l’Europa relegata a giocare il ruolo di mero soggetto gregario agli ordini del padrone americano.

In quest’ottica, crediamo che l’insieme delle nazioni europee possa giocare un grande ruolo, qualora riallineasse i propri interessi con quelli della Russia.Evitare atteggiamenti ostili verso la Russia ed evitare di spingere la Russia verso la Cina dovrebbe essere interesse prioritario di qualunque diplomazia europea.

La creazione di un blocco geopolitico euro-russo rappresenterebbe la creazione di un terzo polo, alternativo tanto a quello atlantico anglo-americano e della cosiddetta ‘anglosfera’, quanto a quello cinese.

Per fare questo, è necessaria una progressiva e non conflittuale rottamazione della NATO, alleanza ormai vecchia e logora, rispetto a cui i presupposti di contenimento della minaccia dell’URSS sono completamente venuti meno, e sia riformulata un’alleanza continentale a livello europeo che includa la Russia.

Tale sistema di alleanze renderebbe superfluo il progetto di costituzione di un Esercito Comune Europeo, prospettiva dietro alla quale si nasconde solamente l’ulteriore tentativo di dissoluzione delle sovranità nazionali del vecchio continente.

Per favorire inoltre l’integrazione del blocco euro-russo, si dovrebbero avviare trattative per l’ingresso della Russia nel mercato unico europeo e procedere all’abolizione di tutte le sanzioni a cui essa è attualmente sottoposta. L’integrazione delle vaste risorse naturali russe con le capacità industriali e tecnologiche europee sarebbero infatti il presupposto per la costituzione di un blocco geopolitico votato a giocare un ruolo mondiale di primo livello.

X – Per un’economia sovrana e senza vincoli

Riteniamo che la più che ventennale adesione dell’Italia al sistema dei cambi fissi dell’Euro abbia provocato una perdurante stagnazione economica, che solo la pura cecità può continuare a negare. Il sistema di cambi fissi ha danneggiato la nostra bilancia commerciale (fonte primaria di crescita per un paese votato all’export come l’Italia) e causato la perenne stagnazione dei salari e del mercato del lavoro.

Noi riteniamo, dunque, fondamentale che l’Italia – in maniera concordata o se necessario, unilaterale – abbandoni l’Euro ed anche che la Banca d’Italia lasci l’Eurosistema della BCE per riacquisire una piena sovranità in ambito di politica monetaria. Interpretiamo l’uscita come una scelta di libero mercato, poiché il valore della nuova Lira sarà lasciato alle libere quotazioni che la nostra valuta avrà sui mercati internazionali, pratica che porterà naturalmente a riassorbire gli immensi squilibri causati dall’adesione all’Euro. Con l’uscita dall’Eurosistema, alla Banca d’Italia dovrà tornare anche la piena competenza sulla vigilanza e sulla regolamentazione bancaria, in quanto tutta la legislazione europea in materia bancaria non sarà più ritenuta vincolante.

In particolare, andrà rivisto:
• il cosiddetto bail in e relativo pacchetto BRRD per la gestione di situazioni di crisi bancaria;
• il pacchetto Capital Requirements Regulation / Credit Requirements Directive, rimuovendo i requisiti eccessivamente punitivi in caso di gestione di crediti deteriorati.

Dal lato dei trattati europei, prendiamo atto che con la crisi del Covid la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita abbia definitivamente affossato tale irrazionale sistema di vincoli alle politiche di bilancio. Anzi, con l’uscita dall’Euro tale sistema di trattati vincolanti delle politiche fiscali dei singoli Stati Membri perderebbe la propria ragione d’essere.

Data invece la naturale propensione dell’Italia all’export e ai mercati internazionali, riteniamo che possano essere preservati i trattati istitutivi del Mercato Unico nella forma di un nuovo Mercato Europeo Comune (MEC), che istituisca il principio della preferenza nell’acquisto di beni e servizi europei rispetto all’acquisto di beni e servizi extraeuropei.

Nella stessa ottica, andrà posto un correttivo per consentire agli Stati Membri di impedire il trasferimento di capitali in paradisi fiscali all’interno della stessa Unione Europea (Olanda, Lussemburgo, Irlanda, Malta, Cipro).

L’Italia dovrebbe farsi promotrice di una revisione complessiva di tali trattati.Tuttavia, nel caso in cui ciò non fosse possibile, riteniamo che l’uscita unilaterale non possa essere esclusa. D’altra parte, l’esperienza dell’uscita dal Sistema Monetario Europeo del 1992 di Italia e Regno Unito, e l’attuale esperienza della Brexit, dimostrano come la rottura dei vincoli europei possa avvenire senza implicazioni particolarmente traumatiche per le economie nazionali.

XI – Per un vero piano di rilancio dell’economia italiana

Una volta riacquisita la sovranità monetaria, riteniamo che vada cancellato il ‘divorzio’ di Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro – consumatosi nel 1981 – e venga così restituita ad essa la piena competenza di politica monetaria.

A differenza della BCE, la nuova Banca d’Italia nazionalizzata dovrà avere nei propri statuti:
• una funzione obiettivo rivolta non solo alla stabilità dei prezzi ma anche alla crescita economica e alla piena occupazione;
• la rimozione del divieto di finanziamento diretto del Tesoro, con una linea di scoperto di conto corrente a favore del governo per il finanziamento diretto della spesa pubblica, senza l’emissione di titoli;
• il finanziamento diretto e volto alla monetizzazione stabile della spesa pubblica per investimenti, per definizione produttiva e che non porterà a un aumento dell’inflazione, ma a una maggiore crescita economica e sostenibilità
del debito;
• La netta affermazione del principio che credito e risparmio costituiscono attività di pubblico interesse (oggi solo timidamente abbozzato nella carta costituzionale).

Sosteniamo inoltre l’estensione delle emissioni di BTP Italia rivolte al pubblico retail di cittadini italiani e residenti in Italia.

Noi vogliamo, inoltre, che venga dichiarata incostituzionale l’emissione di titoli di debito espresso in valuta estera, o soggetta a legislazione estera. Il vincolo costituzionale del pareggio di bilancio andrà rivisto come segue:
• esclusione dal vincolo di tutta la spesa per investimenti, finanziata, come già indicato, da Banca d’Italia tramite finanziamento monetario;
• mantenimento del vincolo per la sola spesa corrente dello Stato, salvo scostamenti per fronteggiare i momenti di grave recessione per cause esogene (per esempio: Covid-19, mutui subprime).

Come si vede si tratta di una revisione del vincolo del pareggio di bilancio e non di una sua abolizione tout court. La conservazione dello stesso per la spesa corrente dello Stato sarà volta al rafforzamento della credibilità della nuova politica monetaria, che non dovrà dar adito ad aspettative inflazionistiche, sanando l’attuale situazione di un vincolo che esiste in teoria, ma che viene costantemente disatteso per l’impossibilità di una gestione credibile del bilancio pubblico.

In tale prospettiva si aprirebbe lo spazio fiscale per una manovra espansiva e una simmetrica riduzione delle imposte. In particolare, prevediamo:
• l’abolizione dell’IRAP, vera e propria imposta-rapina che pesa direttamente sulla competitività e produttività delle imprese italiane. L’abolizione di questa imposta – introdotta dal Governo Prodi per permettere l’ingresso dell’Italia nell’Euro – sarà anche il segno della ripresa di libertà economica dell’Italia;
• la cancellazione delle accise su luce, gas e benzina, a favore delle fasce di reddito medio-basse. La cancellazione del regime di accise correggerà l’eccessivo costo per le forniture energetiche attualmente presente in Italia e stimolerà il mercato interno;
• una riformulazione complessiva dell’IRPEF, ormai perso in un livello di entropia e disordine privo di controllo.

La selva dell’attuale sistema di detrazioni / deduzioni andrà rivista con una cancellazione integrale delle stesse a favore dell’introduzione di un efficace quoziente famigliare, in modo da fare dell’aliquota effettiva una variabile, in funzione – oltre che del reddito – del numero complessivo di figli a carico.

Siamo, inoltre, aperti a considerare l’elaborazione di un sistema per la concessione di ulteriori sgravi fiscali per coloro che dichiarino di voler entrare in un regime di ‘opting-out’, ovvero non pesare sulla fiscalità pubblica per servizi quali la previdenza, la sanità, l’istruzione.

Per le partite IVA chiediamo che sia abolito il sistema degli studi di settore e ogni metodologia di definizione del reddito di natura presuntiva.

Difendiamo, infine, il ruolo fondamentale che l’industria pubblica ha assunto in Italia per la crescita del nostro sistema economico. Siamo perciò contrari alla privatizzazione delle grandi aziende a partecipazione pubblica, capaci di produrre utili. Pretendiamo similmente che i monopoli naturali, come quello della nostra rete autostradale, vengano ricondotti ad un pieno controllo pubblico senza regali a chi negli anni si è arricchito grazie a concessioni scellerate.

XII – Per la rinascita dopo il covid-19

Noi denunciamo fermamente ogni tentativo di spoliazione della sovranità fiscale degli Stati Membri della UE, anche quando questo si cela dietro gli “aiuti” europei. Non fanno eccezione, a tale riguardo, i fondi previsti dal pacchetto Next Generation EU per fronteggiare la recessione post-Covid-19.

Questo pacchetto non solo include il più famoso Recovery Fund, ma, come espressamente dichiarato da Mario Draghi, potrebbe essere anche il germe della costituzione di un Ministero del Tesoro unico per tutta l’Unione Europea.

Del pacchetto Next Generation EU noi rifiutiamo completamente la logica che ne sta a monte, per la quale gli Stati Membri della UE dovrebbero condizionare le proprie politiche di spesa secondo la volontà della Commissione Europea. Rifiutiamo allo stesso modo i trasferimenti di risorse finanziarie tra Stati Membri per ovviare agli squilibri implicati dalla condivisione della moneta unica, siano essi prestiti o risorse a fondo perduto.

Dietro i presunti benefici di questi aiuti economici, per l’Italia si profila in realtà un destino di desertificazione industriale e di regione sussidiata dalle privilegiate economie del Nord Europa.

Tale processo di “meridionalizzazione” della nostra economia non può essere condiviso da parte nostra, così come non può essere condiviso l’intento di raggiungere una piena unione fiscale (e quindi politica) dell’Unione Europea, approfittando delle difficoltà dovute all’attuale stato di crisi.

Crediamo invece che l’Italia, svincolandosi dalle maglie di Bruxelles, possa avere tutti i mezzi per affrontare autonomamente la crisi provocata dal Covid-19. Inoltre, data la portata non solo europea ma mondiale dell’attuale crisi da Covid, chiediamo che l’Italia si faccia promotrice, a livello internazionale, di una Conferenza internazionale sugli accresciuti livelli di debito sovrano.

L’obiettivo della conferenza dovrà essere la definizione, a livello internazionale, di standard di trattamento del debito in eccesso accumulato a seguito della crisi, e in particolare la monetizzazione stabile di tali stock e un adeguato supporto monetario da parte della Banche Centrali.

XIII – Per un futuro di benessere nonostante l’automazione

Di fronte al crescente processo di automazione dei sistemi di produzione, crediamo che lo Stato non possa restare inattivo, dato il rischio concreto di una crescente disoccupazione tecnologica di massa.

L’accentuato ricorso al lavoro digitale e all’e-commerce registrato durante la crisi provocata dal Covid-19, verosimilmente non potrà che accentuare tali processi, aprendo le porte a foschi scenari costituiti da intere categorie di lavoratori (anche oltre i 50 anni di età) completamente sbattuti fuori dal mercato del lavoro e senza possibilità alcuna di rientrarvi.

Siamo d’altra parte consapevoli che la nostra stessa richiesta di sostenere fortemente gli investimenti, pubblici e privati, per aumentare la competitività del sistema economico italiano, potrebbe implicare un aumento dell’automazione di alcuni processi produttivi. Riteniamo tuttavia che questa eventualità, se saggiamente governata, possa costituire un’opportunità anziché un pericolo.

Alcuni paesi del Nord Europa stanno incominciando a valutare misure quali la riduzione dell’orario di lavoro o dei giorni lavorativi per compensare la ridotta domanda che si registra nel mercato del lavoro, implicata dal crescente ricorso alla automazione.

In Italia, data la considerevole quota di lavoratori di età avanzata, più difficilmente riconvertibili rispetto ad una forza lavoro più giovane, riteniamo che la riduzione della domanda di lavoro possa essere compensata con una crescita del tasso di pensionamento, ovvero con il mantenimento di un’età pensionabile relativamente bassa.

Senza volontà di replicare le storture del metodo retributivo, data la crescita della produttività complessiva del sistema economico, immaginiamo la sostenibilità di un sistema pensionistico contributivo tarato su parametri coerenti con quelli della recente riforma di “Quota 100” e l’uscita dal mercato del lavoro ad un’età relativamente contenuta (attorno ai 62 anni).

Quanto, invece, a misure come il “Reddito di Cittadinanza”, rivolte a chi si trova disoccupato pur essendo in età lavorativa, riteniamo che la migliore soluzione a tale problema sia rappresentata da un rilancio globale del mercato del lavoro. Tuttavia, anche considerando l’impatto relativamente modesto di tale misura sul complesso della spesa pubblica e le difficoltà della transizione economica attualmente in corso, non prevediamo una cancellazione di tale strumento che, però, non consideriamo ulteriormente estendibile, e nemmeno funzionale ad una crescita a lungo termine del nostro sistema economico.

Chiediamo, infine, l’introduzione di un’Imposta sui Servizi Digitali (ISD) pari almeno al 5% del fatturato dei grandi gruppi dell’economia digitale che operano in Italia (Apple, Google, Amazon, Microsoft). Queste corporations si comportano sempre più di frequente come monopolisti di fatto, approfittando di pratiche fiscali ampiamente elusive. Per questo la ISD su questi soggetti dovrà essere parametrata non sull’utile, ma direttamente sui fatturati di tali gruppi. Auspichiamo anche che si possa studiare l’assoggettabilità di tali gruppi ad un regime di concessione pubblica per la prestazione di servizi digitali, volto a ricondurre all’ambito pubblico l’enorme influenza che tali aziende possono acquisire.

XIV – Per il rispetto e la tutela del lavoro

All’interno degli attuali processi di crescente concentrazione della forza economica nelle mani di pochi grandi gruppi, e di crescita esponenziale del potere contrattuale di pochi soggetti, auspichiamo una maggiore rappresentanza dei lavoratori nelle imprese come elemento di riequilibrio.
In particolare, nelle aziende di maggiori dimensioni – in cui spesso il ruolo dell’imprenditore, quale responsabile personale dei destini dell’impresa, è offuscato e si crea una separazione tra dirigenza e proprietà – è necessario ristabilire un sistema di tutele che rimetta al centro quell’equilibrio tra Capitale e Lavoro ormai totalmente perduto a vantaggio del primo.

In quest’ottica proponiamo:
• l’obbligatorietà del modello di gestione dualistico (modello tedesco) per le imprese quotate, con sdoppiamento del controllo dell’impresa tra un Consiglio di Gestione e un Consiglio di Sorveglianza con ampia rappresentanza dei lavoratori;
• la rottura dell’egemonia della Triplice (CGIL, CISL e UIL) nelle contrattazioni sindacali e la possibilità concreta di emersione di nuove organizzazioni sindacali che tutelino in maniera privilegiata i lavoratori autoctoni, minacciati dal dumping salariale degli immigrati.

Il superamento dei sindacati confederali dovrà esser accompagnato da una riforma del sistema di rappresentanza sindacale, volto a costituire sindacati settoriali, da integrarsi con le associazioni imprenditoriali e dei datori di lavoro dei medesimi settori produttivi.

L’integrazione delle associazioni di lavoratori e imprenditori, oltre a ridurre la conflittualità delle contrattazioni, dovrà trovare anche una propria rappresentanza stabile all’interno dell’ordinamento dello Stato. In particolare, auspichiamo l’integrazione stabile di questi Corpi Sociali dei produttori all’interno del nuovo Senato.

Questi Corpi Sociali potranno svolgere un ruolo di armonizzazione, assistenza e collaborazione al loro interno tra tutti i loro componenti, per poi interpretarne gli interessi nello Stato. Inoltre, in un’epoca di cambiamenti continui e frenetici, che hanno effetti spesso destabilizzanti sul mondo del lavoro, questi Corpi Sociali potranno creare al loro interno centri di ricerca specifici per studiare, prevedere e gestire al meglio i cambiamenti tecnologici moderni, nell’interesse delle stesse categorie e dell’intera comunità nazionale. Tali centri di ricerca dei Corpi Sociali potranno mettere fine alla tragica “fuga di cervelli” dall’Italia, avvalendosi delle intelligenze, oggi trascurate e sottostimate, costrette a lavori inadeguati o all’emigrazione.

XV – Per un nuovo ordinamento dello Stato

La democrazia è una forma di governo che riflette, o dovrebbe riflettere, la volontà della maggioranza del popolo. Ciò, evidentemente, non costituisce garanzia di perfezione o di giustizia, ma è un metodo che, come tale, va considerato e rispettato. Noi contestiamo l’aggettivazione ideologica che ha finito per accompagnare e qualificare questo metodo: “democrazia socialista”, “democrazia liberale”, “democrazia progressista”. Per noi il metodo deve essere neutro, in caso contrario una connotazione ideologica significherebbe snaturarne il senso, la funzione, la sua stessa essenza, ossia la volontà che non può essere previamente indirizzata, pena il suo svuotamento. Per noi, il termine “democrazia” può essere solo accompagnato da aggettivazioni che la completino in maniera non ideologica, definendola concretamente: “Democrazia economica” e “Democrazia organica”.

La prima attiene a principi di giustizia sociale: la democrazia deve essere anche libertà dal bisogno, garanzia di vita decorosa, con una saggia e onesta distribuzione della ricchezza in base ai meriti e alle competenze. La speculazione finanziaria e bancaria, che regola purtroppo la nostra economia, deve essere smantellata o ridotta ai minimi termini e, al contempo, debbono essere premiati il merito e l’interesse dei professionisti, delle imprese, dei lavoratori e delle famiglie in armonia con l’interesse pubblico, superando la meritocrazia liberale che assolutizza l’individuo e la sua dimensione egoistica.

La seconda attiene alla competenza e alla distribuzione dei compiti nella guida dello Stato: l’uguaglianza davanti alla legge non significa indifferenza di oneri e di funzioni. Ogni persona, ogni organo, ogni ente giuridico, ogni associazione professionale e lavorativa, deve trovare il suo giusto ruolo nella società e nella sua organizzazione.

Nell’attuale situazione storico-politica, in cui i partiti, scomparsa quasi del tutto l’impronta ideologica o ideale, sono diventati meri contenitori di comitati d’affari, emerge la necessità di ridare spazio al “paese reale” attraverso la riforma del potere legislativo in senso organico, in modo da ricomprendervi le categorie “reali” del lavoro, delle professioni, della produzione, della cultura, delle scienze. Previsione del resto già seriamente considerata in fase costituente, ma alla fine abbandonata per timore di riproporre un modello di camera assai simile a quello in vigore durante il regime fascista. Una tale scelta spezzerebbe la partitocrazia, restituirebbe vigore e competenza al parlamento, oggi ben più di ieri ostaggio delle segreterie politiche e dei comitati d’affari che le controllano.

Infine, siamo convinti della esigenza di rilanciare la funzione delle Province, territori più vicini ai bisogni dei cittadini, più controllabili, naturali estensioni di quella dimensione comunale su cui si è sviluppata la storia italiana, laddove gli enti regionali sono in larga parte costruzioni burocratiche. La Provincia è la sede naturale per la rinascita economica, sociale, demografica di tanti territori abbandonati, primo compito di un più complessivo riequilibrio di poteri con la Regione il cui ruolo, a nostro avviso, deve essere ridimensionato. Sarà inoltre concepita nell’ambito provinciale l’organizzazione territoriale dei corpi sociali da cui scaturirà la rappresentanza senatoriale.

Per questi motivi, noi sosteniamo:
• la necessità di introdurre la forma della Repubblica presidenziale. L’attuale mancanza di figure istituzionali forti e davvero rappresentative rende traballante ed incerto il quadro nazionale. L’elezione diretta del Presidente della Repubblica aiuterebbe a colmare la forbice sempre più ampia fra “paese legale” e “paese reale”;
• l’abolizione del sistema del bicameralismo perfetto, con la ridefinizione del35 la Camera dei Deputati come unica Camera elettiva del Parlamento con facoltà di votare la fiducia all’Esecutivo e competenza in materia fiscale;
• una riforma del Senato quale camera alta i cui membri sono eletti all’interno dei corpi intermedi della Nazione – ossia le diverse categorie dei ceti produttivi, dei lavoratori, delle associazioni imprenditoriali, di artigiani, agricoltori, professionisti, e degli organismi dello Stato, ossia Forze Armate e Forze dell’Ordine, corpo docente, magistratura e pubblica amministrazione,
• un riequilibrio di funzioni fra Provincie e Regioni a favore delle Provincie.

XVI – Per una giustizia indipendente e una magistratura trasparente

Il pericolo che l’Ordine giudiziario svolga una supplenza o un’integrazione del Potere politico, con particolare riferimento a quello legislativo, è costantemente presente, specie con un Parlamento sempre più debole e svuotato delle sue funzioni. Altrettanto attuale ed evidente è l’esistenza di un reticolato di interessi e consorterie che agiscono occultamente all’ interno della magistratura, minandone indipendenza e credibilità.

Per riformare adeguatamente un sistema ormai consolidato non basta certo allontanare qualche capro espiatorio, ma occorre ripensare i meccanismi che lo regolano.

Per una Giustizia davvero indipendente da tutte le fazioni che condizionano sottotraccia l’operato della Magistratura, noi proponiamo:
• una riforma del CSM che preveda il sorteggio dei suoi componenti togati;
• l’assegnazione dei magistrati adibiti a funzioni amministrative ai loro naturali ruoli giurisdizionali;
• la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, per spezzare solidarietà e collusioni che finiscono per alimentare spinte settarie e autoreferenziali;
• il ripristino delle valutazioni di merito, incluse quelle di natura comportamentale, del magistrato, laddove l’attuale carriera è segnata dalla progressione automatica delle funzioni in base al solo criterio di anzianità;
• l’introduzione di un principio di responsabilità che renda l’operato dei magistrati,sotto il profilo dell’efficienza, della competenza e anche della legittimità dei loro atti, effettivamente suscettibile di valutazione e di controllo, disciplinare e giurisdizionale. È intollerabile un’oasi di irresponsabilità quale quella oggi di fatto operante a favore dei giudici;
• l’accesso alla magistratura, in entrambe le giurisdizioni, civile e penale, di soggetti che, per la loro posizione professionale (avvocati o docenti di diritto), sono in possesso di nozioni e di esperienze che meritano il massimo rilievo e che contribuirebbero all’attuazione di una giustizia sostanziale e tecnicamente adeguata.

Nel settore civile e amministrativo, è doveroso decongestionare il contenzioso esistente facendo in modo che venga potenziato il potere negoziale degli avvocati, in modo da garantire un incremento di lavoro per una categoria di liberi professionisti che potrebbe supportare la giustizia molto più di quanto lo possa fare ora, rendendola più snella e veloce.

Quanto alla giurisdizione penale, riteniamo fondamentale:
• che la sentenza sia emessa, salvi evidentemente i casi in cui la natura del processo non lo consenta per la sua complessità istruttoria, in tempi brevi e prestabiliti rispetto al fatto commesso;
• che all’esecuzione della pena sia associata l’attività lavorativa dei detenuti, compresi quelli condannati a lunghe pene detentive e gli ergastolani, salve le dovute eccezioni per i condannati appartenenti alla criminalità organizzata. Tale attività potrà avvenire anche extra moenia, e sarà collegata a finalità realmente produttive.

Infine, occorre un intervento specifico per riformulare la procedura in vigore presso i Tribunali per i Minori, rendendo impugnabili le decisioni relative all’allontanamento
dei minori dal nucleo familiare – oggi sottratte a qualsiasi controllo – e prevedendo criteri che stabiliscano l’eccezionalità delle condizioni per l’adozione di tali decisioni.

XVII – Per il diritto di ogni popolo a vivere nella propria terra

Ci sembra di tutta evidenza che la portata epocale del fenomeno migratorio che interessa oggi l’Italia e l’Europa costituisca un pericolo mortale per la sopravvivenza dei sistemi sociali e culturali del Continente. Più che di “migrazioni” oggi potremmo infatti parlare di invasioni di popolamento.

Mosse sia dal bisogno sia da spinte emotive, le masse di uomini che si riversano sull’Europa non vi trovano tuttavia terre vergini, bensì nazioni di antica civiltà con popoli dai caratteri ben definiti. È per noi inaccettabile la prospettiva di sostituzione etnica dei vecchi popoli europei, allo stato in forte calo demografico, con masse di popolazioni afro-asiatiche.

È poi contraria a giustizia la prospettiva egualitarista che considera benessere e civiltà, edificate sulle nostre terre dopo secoli di lavoro e sacrifici, fruibili indifferentemente dai discendenti di coloro che le costruirono e da nuovi venuti che, oltretutto, pretendono di imporre costumi e regole differenti rifiutando di accettare quelle esistenti.

Osserviamo, infine, come l’immigrazione costituisca un’enorme forma di sfruttamento, sia a danno degli immigrati stessi sia delle fasce più deboli della popolazione italiana ed europea. Non è difficile infatti osservare come l’aumento smisurato di un’offerta di lavoro scarsamente qualificata non faccia che creare una pressione salariale al ribasso nei paesi che attraggono più immigrazione.

Tale situazione ha ampiamente superato i livelli di guardia ed occorre quindi intervenire prontamente. A tal fine:
• proponiamo che sia introdotto il principio della preferenza nazionale, volto a dare priorità, nell’accesso ai servizi di carattere sociale di ogni tipo, ai
cittadini italiani;
• affermiamo il nostro assoluto diniego a qualunque riforma che preveda l’introduzione in Italia dello Ius Soli (anche nella versione temperata dello Ius Culturae) e, al contrario, chiediamo di riformulare lo Ius Sanguinis in senso restrittivo, prevedendo la rimozione di ogni automatismo nella concessione della cittadinanza a chiunque non abbia almeno uno dei due genitori di nazionalità italiana. Ulteriori concessioni di cittadinanza potranno essere valutate solo in relazione a casi particolari (tra cui meriti speciali e straordinari), vagliati da apposite commissioni di valutazione;
• auspichiamo l’avvio di una vera politica di rimpatrio di tutti gli immigrati clandestini presenti sul suolo nazionale, e la revisione in senso più restrittivo sia degli attuali generosi criteri di ricongiungimento familiare sia dell’acquisizione
della cittadinanza attraverso il matrimonio;
• auspichiamo la rinegoziazione del Trattato di Dublino secondo il principio del riaccompagnamento, con le debite sicurezze, degli immigrati clandestini alle coste dei paesi di partenza, se necessario organizzando e presidiando su tali coste i centri di accoglienza e di identificazione dei migranti.

Al posto dell’attuale “non gestione” del fenomeno migratorio, proponiamo l’introduzione di quote migratorie stabilite in valore assoluto e gestite con un sistema a punti, che dovrà tener conto di condizioni oggettive del richiedente, come la conoscenza individuale della lingua italiana, la qualifica professionale, il livello di istruzione e, soprattutto, il paese di provenienza. Nelle quote migratorie dovrà in linea generale essere data la precedenza alle persone provenienti da paesi europei e, in secondo luogo, da paesi di tradizione cristiana. Questo nuovo approccio alla questione dell’immigrazione non potrà prescindere naturalmente dallo sviluppo, possibilmente in maniera coordinata con le altre nazioni europee, di un piano di ricostruzione sociale per l’Africa, fondato non sulla concessione di aiuti e di prestiti a pioggia, ma su una effettiva
presenza e cooperazione europea in quel continente. Il programma dovrà includere meccanismi per favorire programmi di re-migrazione per invertire i flussi dall’Europa all’Africa e rendere possibile un proficuo reinsediamento degli immigrati nei propri paesi di origine. Il principio ispiratore del programma sarà quanto espresso da parte di Benedetto XVI nel corso della 99° Giornata del Migrante e del Rifugiato, ovvero che “Prima del diritto di emigrare va riaffermato il diritto di non emigrare, cioè ad essere in condizione di restare sulla propria terra”.

XVIII -Per la sicurezza dei cittadini

Constatiamo come l’immigrazione sia, oltre che causa di squilibrio del tessuto sociale in molti territori del Paese, anche fonte di insicurezza per i cittadini, e serbatoio di nuove forme di criminalità organizzata che si affiancano a quelle mafie ancora ben radicate nel nostro territorio, al sud come al nord.

Similmente resta la piaga dello spaccio e della crescita della tossicodipendenza, favorita per di più dalla retorica “antiproibizionista” che banalizza la pericolosità delle droghe cosiddette “leggere”. Da parte nostra, ricordiamo il monito di Paolo Borsellino che bollava la prospettiva di contrastare la mafia con la legalizzazione delle droghe come “dilettantismo criminologico”.

Sottolineiamo, quindi, la necessità di invertire l’andamento – per nulla corrispondente al sentimento popolare – di sostanziale impunità del piccolo spaccio, terminale di attività criminali ben più gravi. La droga e la sua diffusione fra i giovani costituisce una vera e propria emergenza, una forma di soft-terrorismo, da combattere certamente sul piano culturale e politico, ma a cui non possono essere estranei interventi di natura giudiziaria. Colpire il piccolo spaccio, con pene non necessariamente pesanti ma immediatamente eseguibili, costituirebbe una prima controffensiva al dilagare del fenomeno.

In questa prospettiva chiediamo:
• la stipula di trattati bilaterali per far scontare a cittadini extra-comunitari nei propri paesi d’origine le condanne inflitte da un tribunale italiano, con conseguenti
vantaggi sotto il profilo della diminuzione della densità carceraria);
• la previsione di ipotesi di legittima difesa presuntiva, in presenza di particolari condizioni riguardanti le caratteristiche dell’aggressore, dell’aggredito, il tempo, il luogo dell’azione e altre circostanze;
• la previsione di una clausola di presunzione di corresponsabilità civile dell’aggressore in tutti i casi di condanna dell’aggredito in seguito al riconoscimento di un eccesso colposo di legittima difesa o di ipotesi ad esso assimilabili;
• una riforma del processo penale per ridurne i tempi e garantire una vera certezza della pena.

Su quest’ultimo punto, va ricordato che l’art. 27 della Costituzione stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva e che lo scopo della pena è triplice: tendere alla rieducazione del condannato; porre la società al riparo dalla possibile reiterazione del reato; far espiare la colpa in maniera proporzionata al reato commesso. Per attuare fino in fondo tali principii, serve garantire che la custodia preventiva in carcere rimanga un’ipotesi realmente residuale e non, come oggi avviene, strumento di fatto ordinario. Inoltre, la possibilità di accesso a benefici penitenziari e percorsi rieducativi deve essere esclusa solamente alla luce di comprovati collegamenti con la criminalità organizzata e di assenza di ravvedimento per i crimini commessi.

Nel caso in cui i collegamenti siano comprovati è evidente che l’intervento giudiziario debba essere differente. In particolare, quando si tratti di associazioni criminali vaste e articolate, come sono le mafie (anche straniere, come le diverse organizzazioni della mafia nigeriana), queste vanno affrontate con una logica di disarticolamento e annullamento, trattando i suddetti fenomeni come tumori da estirpare.

Occorre infine dare maggiore rilevanza alle ragioni delle vittime del reato, assicurando la loro partecipazione, anche tramite associazioni accreditate, alla destinazione dei fondi recuperati alla criminalità e dei compensi per il lavoro dei detenuti, nonché garantire l’inserimento lavorativo o l’assistenza necessaria alle vittime o ai loro superstiti.

XIX – Per restaurare le nostre forze armate

Di fronte alle conseguenze nefaste della cultura cosmopolita, pacifista e anti-nazionale incistatasi in Europa e in Italia, riteniamo doveroso promuovere l’amor di Patria in ogni ambito educativo e sociale, nonché il rispetto e la pratica delle virtù militari quali presidio etico della Nazione. Serve un cambiamento di mentalità in seno alla nostra Nazione, al fine di realizzare un’inversione di tendenza che sbaragli la visione anti-militare e anti-patriottica che si è imposta dal Sessantotto in poi.

A questo cambiamento di paradigma culturale, riteniamo si debba affiancare un’azione politica volta a mutare radicalmente la situazione delle Forze Armate, tenendo, ovviamente, conto delle concrete possibilità di cambiamento. In tale prospettiva – volta ad affermare il prestigio, la dignità e l’efficienza delle Forze Armate – si colloca anche il netto rifiuto della loro sindacalizzazione, vero e proprio attentato alla natura dell’istituzione militare.

Per questo motivo, pur nella consapevolezza che il servizio della Patria in armi debba essere innanzitutto prerogativa di chi ne abbia la vocazione, riteniamo necessario ripristinare – nei tempi e nei modi che le attuali esigenze impongono – la leva militare obbligatoria per tutti gli idonei cittadini maschi italiani secondo lo ius sanguinis. Consideriamo, inoltre, altresì importante introdurre una leva obbligatoria civile, aperta a donne e a uomini idonei, complementare a quella militare.

Eventi recenti, infatti, hanno dimostrato che il servizio alla nazione da parte di tutti i cittadini può rivelarsi essenziale per la sopravvivenza stessa della nostra Patria, cosa che si può espletare in forme diverse, sia nelle Forze Armate che tramite enti impegnati nell’assistenza sanitaria e nella gestione di emergenze (come la Protezione Civile).

Noi vogliamo che l’Italia ritrovi una sua dignitosa ed efficiente potenza militare,necessaria alla difesa ed alla promozione dei propri interessi. Per questo riteniamo indispensabile impedire che una lettura ideologica, ipocrita e svincolata dalla realtà dell’art.11 porti a concludere quello che in realtà lo stesso non dovrebbe implicare, vale a dire l’inutilità dello strumento militare per un paese che avrebbe non semplicemente ripudiato ma addirittura abolito la guerra. E quello che sta accadendo attorno a noi non solo nel bacino Mediterraneo conferma l’urgenza di tale provvedimento. E’ quindi necessario integrare l’art.11 del dettato dell’art.52, sotto forma di secondo
comma, specificando che la difesa della Patria include anche quella dei suoi interessi vitali.

Noi concepiamo le Forze Armate come presidio della sovranità nazionale e come baluardo etico posto a difesa dell’integrità fisica e morale della Patria contro ogni tipo di minaccia, proveniente sia dall’esterno che dall’interno dei confini nazionali.

Per questo affermiamo la centralità delle Forze Armate e la necessità di valorizzarle come pilastro dell’identità e della vita della nazione, e perciò proponiamo:
• l’aumento del numero degli effettivi delle Forze Armate ad almeno 200mila unità;
• l’istituzione di una milizia armata nazionale, su base volontaria e territoriale, che affianchi le Forze Armate occupandosi precipuamente della difesa del territorio nazionale. Una milizia simile al modello svizzero, che garantisca la pronta disponibilità di personale da impiegare sul nostro territorio, laddove se ne rendesse necessario l’impiego, senza ricorrere al personale ed ai mezzi delle Forze Armate;
• la definizione in Costituzione delle Forze Armate e del personale militare 47 quale baluardo della sovranità nazionale;
• lo sviluppo di una adeguata legislazione volta alla difesa delle aziende e delle infrastrutture strategiche per la sicurezza nazionale, specialmente quelle relative alle telecomunicazioni, oggi oggetto delle mire cinesi con la tecnologia del 5G.

XX – Per una scuola alla base del nostro futuro 

Negli ultimi decenni il sistema scolastico e universitario italiano è stato sottoposto a un deterioramento verticale, che ne ha minato lo status di assoluta eccellenza mondiale mantenuto fino ai primi anni del secondo dopoguerra.Questo processo è stato avviato con il ‘68 e la conseguente presa del potere da parte del marxismo culturale nelle principali istituzioni scolastiche e universitarie e nei principali media.

Negli ultimi anni, però, questo deterioramento ha subito un’accelerazione notevole, grazie alla saldatura tra l’intellighenzia di sinistra (che domina l’istruzione e la cultura in Italia), le folli e anti umane teorie del gender (che mirano a cancellare la differenza naturale e basilare tra uomo e donna) e l’etno-masochismo (che impone una lettura della storia volta a colpevolizzare la civiltà italiana ed europea, mirando alla dissoluzione di tutte le identità: etniche, nazionali, religiose, sessuali).

Noi riteniamo che per invertire radicalmente la rotta occorra una riforma della Scuola fondata sulla concessione da parte dello Stato di una libertà di insegnamento correttamente intesa e radicata nei seguenti principi:
• lo Stato non può e non deve essere indifferente nei confronti della formazione civico scolastica del popolo;
• lo Stato deve promuovere un’educazione e una formazione civico-scolastica conformi all’ordine naturale ed alla tradizione religiosa e culturale della Nazione, che è innanzitutto cristiana cattolica;
• lo Stato deve accettare e tutelare l’iniziativa dei corpi intermedi che vogliano organizzare l’insegnamento civico-scolastico in forma privata, nel rispetto di quanto stabilito in tema di insegnamento scolastico dallo Stato stesso;
• lo Stato deve ammettere l’iniziativa privata di minoranze etniche e religiose che vogliano organizzare l’attività scolastica conformemente a canoni identitari diversi da quelli nazionali, ma solo nel caso in cui questi non siano contrastanti con le leggi dello Stato.

La riforma culminerà, dunque, in una scuola che veda la presenza sinergica di enti sia pubblici che privati, con un’ampia libertà di metodi e programmi di insegnamento, racchiusa però all’interno di confini e limitazioni chiare, finalizzate a impedire che si usino le strutture scolastiche come veicoli di insegnamenti contrastanti con le leggi dello Stato (come le scuole coraniche dell’islamismo radicale) e con la legge naturale (come l’indottrinamento e propaganda omosessualista e gender nelle scuole).

Tuttavia, fino a quando le condizioni politiche non consentiranno di implementare una riforma coerente con i principi sopra riportati, riteniamo sia più che mai utile e urgente incentivare strumenti di difesa rispetto a dinamiche sovversive tipo il gender, come ad esempio le scuole parentali (homeschooling). Limitatamente a questa finalità, riteniamo anche che costituiscano un esempio positivo quelle regioni che consentono sgravi fiscali alle famiglie i cui figli frequentano scuole private, perché si consente di evitare, a chi vuole garantire una sana educazione ai propri figli, di dover ricorrere a una scuola pubblica spesso degradata, tra classi pollaio composte da alunni delle nazionalità più disparate – con le relative difficoltà di apprendimento – e “percorsi educativi” organizzati da entità come l’Arcigay.

Tra le misure che riteniamo possano aiutare a pervenire al modello di scuola delineato sopra, noi proponiamo:
• una maggiore selezione all’interno dei concorsi di accesso alla professione di insegnante e la parallela istituzione di adeguati incentivi meritocratici per gli insegnanti stessi, con la separazione dei loro contratti da quelli del personale non docente;
• la valorizzazione degli istituti tecnici e professionali, che possono e devono diventare luoghi di eccellenza per dare accesso diretto alle professioni senza il passaggio obbligato all’istruzione universitaria. Riteniamo assurdo che in una nazione ad alta disoccupazione come l’Italia molte mansioni manuali (a volte anche ben remunerate) siano spesso svolte da stranieri, poiché non si trova manodopera italiana con una adeguata formazione o con una adeguata propensione al lavoro tecnico e manuale;
• corretta gestione dell’equilibrio che vi deve essere tra una didattica tradizionale – fondata su lettura, scrittura e calcolo, durante le elementari – e passaggio a un utilizzo maggiore del PC e dei dispositivi elettronici durante l’istruzione superiore;
• la reintroduzione dello studio del latino alle scuole medie, in quanto fondamento linguistico e culturale dell’italianità;
• la trasformazione del Liceo classico in una scuola d’eccellenza, con modalità di accesso e percorso di studi rigidamente selettivo, che consenta la creazione di un’élite davvero preparata, a cui sarà consentito l’accesso a tutte le facoltà universitarie.

La Riforma della scuola sopra delineata non potrà non accompagnarsi a una speculare Riforma dell’università, che rinunci al dogma dell’istruzione universitaria di massa – che negli anni ha solo prodotto schiere di laureati con qualifiche spesso non richieste dal mercato del lavoro e/o privi di vere conoscenze e capacità degne di riconoscimento – e che si concentri invece sulla creazione di una élite realmente preparata.

A proposito di ciò noi proponiamo:
• l’istituzione generalizzata di un test selettivo per tutte le facoltà universitarie;
• l’estensione a tutte le facoltà universitarie di un numero chiuso flessibile, di cui siano rivisti triennalmente i parametri in base a fattori demografici, economici, ma anche storico-culturali, con la tutela della sopravvivenza di facoltà umanistiche dalla storia secolare o di prestigio;
• l’aumento immediato del numero di posti disponibili a Medicina e alle altre lauree sanitarie, per contrastare la riduzione di personale medico che, assieme al calo dei posti letto e delle terapie intensive ed alle chiusure dei piccoli ospedali, ha messo la nostra Nazione in ginocchio durante l’emergenza coronavirus;
• l’abolizione della Riforma Moratti e il ritorno alle lauree a ciclo unico. Il doppio ciclo infatti pur partendo dalla lodevole iniziativa di voler fare delle lauree magistrali dei percorsi formativi di eccellenza, si è rivelata fallimentare perché di fatto l’unico risultato concreto è stato allungare il ciclo degli studi e ritardare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

XXI – Per la conservazione della natura contro ogni ecologismo

In tema di ambiente riteniamo che sia in atto, sotto le mentite spoglie della sensibilità ecologica, un’altra grande forma di attentato alle sovranità nazionali.

Lo sviluppo sostenuto dall’ONU dei cosiddetti Sustainable Development Goals o standard SDG è ai nostri occhi funzionale allo sviluppo di una agenda politica mondialista più che ad un effettivo obiettivo di tutela ambientale.

Similmente lo sviluppo di una finanza ESG (Environmental, Social, Governance) rischia di essere il cavallo di Troia per un’ulteriore internazionalizzazione dei mercati finanziari a scapito di quei paesi più attenti a preservare la propria capacità di controllo nazionale dell’economia.

Senza abbracciare tali approcci né tanto meno l’isterismo parascientifico attualmente dilagante, riteniamo che il problema ambientale vada separato e non possa essere ridotto al tema del cosiddetto “riscaldamento globale antropico”. Riteniamo invece che vada adottato un approccio più concreto, volto in particolare alla preservazione delle specificità dell’ambiente e del paesaggio italiano.

In questo senso, promuoviamo, in luogo di assurde battaglie ideologiche (che spesso nascondono solo l’intento di fare cassa, come la plastic tax):
• la riscoperta del mondo agricolo italiano, nella convinzione che solo di sponendo di un forte mondo rurale, composto da uomini le cui vite e i cui interessi sono legati alla terra e alla natura circostante, si possa sviluppare un vero senso di conservazione dell’ambiente;
• la promozione da parte dello Stato di un rilancio dell’attività agricola e della rivitalizzazione dei piccoli borghi rurali, in via di spopolamento per i tanti trasferimenti dei giovani verso le grandi città;
• la concessione gratuita di terre agricole demaniali e di prestiti bancari con garanzia pubblica ai giovani che vogliano intraprendere un’attività in campo agricolo;
• l’estensione delle disponibilità e delle attività dell’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare).

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